Falabrac: da cavaliere a stupidotto in una manciata di pagine

Pare che il termine falabrac sia molto antico e risalga addirittura al Medioevo e ai poemi cavallereschi. Le prime tracce si ritrovano nelle chansons de gestes francesi con il termine fier-à-bras, trasposto poi in piemontese con fierabrac. Fier-à-Bras era il protagonista della «Chanson de Fier-à-Bras», una delle più popolari canzoni di gesta francesi, risalente al 1170 circa. Come si racconta nel poema, Fier-à-Bras è un cavaliere saraceno, un gigante alto 15 piedi, figlio del re moro di Spagna, Balan, e fratello della bella Floripas.

In francese Fier-à-Bras acquisisce il significato di fanfarone, persona che si vanta delle sue presunta gesta e del suo coraggio, senza in realtà saper fare nulla. In piemontese viene tradotto inizialmente con “omaccione, fantoccio, fastellone” per poi virare, con la diffusione della «Chanson de Fier-à-Bras» anche nel Ducato di Savoia, al significato che conosciamo oggi.

Lo scrittore Alberto Viriglio, noto per le sue opere in piemontese, a seguito della perdita di Torino del ruolo di Capitale d’Italia e del conseguente spopolamento della città, scrisse: «Turin a l’a përdù ‘nt ël 1865 ij batàjôn ‘d falabràch che a fôrmavô la vita fitìssia dal Sità e la pôpôlassiôn d’ij café».*

*Torino ha perso nel 1865 le legioni di stupidi perdigiorno che formavano la vita fittizia della città e la popolazione dei caffè.

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